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ARCHEOASTRONOMIA LIGUSTICA

 

 

Pubblicato in: Il Giornalino - notiziario delle frazioni e della città di Varazze; anno XXI , n. 9 - supplemento de Il Letimbro; settembre 2017, p. 57.

 

 

SOLSTIZIO D’ESTATE 2017

 

Mario Codebò, Henry De Santis

 

 

Il 17/06/2017, nel corso della quinta edizione della “Festa del Solstizio d’Estate”, organizzata ad Alpicella dall’Associazione Amici del Museo di Alpicella e patrocinata dal Comune di Varazze, Mario Codebò ed Henry de Santis hanno brevemente illustrato ai partecipanti il cosiddetto menhir di Cian da Mùnega ai Piani d’Invrea, che Mario Garea Del Forno descrisse nel suo celebre articolo Un menhir nel Varazzese, in Atti della R. Deputazione di Storia Patria per la Liguria, sez. di Savona, vol. XXIV, 1942, pp. 167 – 172 (poi ripreso nel suo libro Varazze: storia, arte, folclore, Il Fauno editore, Firenze, 1965, pp. 93 – 98):

<[omissis] Su tale spiazzo e precisamente presso il suo limite di ponente, si erge un roccione alto circa metri 2,20 che ha circa metri 4,70 di circonferenza alla base e metri 4 a metà altezza, un po’ inclinato verso il tramonto e di cui il pittore Vincenzo Curioni di Novara fece, a nostra preghiera, uno schizzo. Qualche anno fa gli correva intorno una cintura rettangolare di pietroni, sormontati di brecce campestri e tutto quel luogo era rifugio di bisce, pullulava di erbacce e di rovi; poi venne liberato da sassi e da dumi e lo si ridusse con soverchia fretta a ferace prato. Diciamo “con soverchia fretta” perché tra le male erbe tuttora vegetanti lungo la base del megalito si scovarono di recente varii arnesi litici e in cotto che potrebbero versare uno sprazzo di luce su epoche vetustissime; che altri manufatti nell’ordinamento sieno andati dispersi è lecito arguire. Il terreno circostante al monolito, come c’informano i contadini del posto, è assai profondo, ciò che apre la via a varie supposizioni. Non reputiamo di male apporci classificando tale macigno come un menhir...[omissis]. Senza enunciare giudizii su lo scopo che faceva erigere il menhir d’Invrea nel .

varazzese, ci sembra che qualche luce ne potrebbero porgere metodici scavi alla sua base e nelle adiacenze; e non soverchia spesa importerebbe tentarli. Non escludiamo tuttavia l’ipotesi che, invece di un masso segnale o indicatore, fosse menzione di un avvenimento straordinario, o meglio (ciò che spiegherebbe forse l’ufficio di altri menhirs), servisse ad adunare qualche tribù primitiva per caccia o guerra, o per celebrare riti bizzarri …[omissis]>.

Nino Lamboglia, nella sua recensione a questo articolo del 1942, pubblicata nella Rivista di Studi Liguri, XIII, 1947, p. 89, scrisse: <[omissis]…ma meglio avrebbe fatto l’Autore, anziché diffondersi in notizie generali e in disquisizioni etimologiche …[omissis] a darci fotografie e disegni del materiale scoperto, che avrebbero servito a stabilire una prima definizione del giacimento. Auguriamo comunque, se è vero che un profondo deposito esiste ancora alla base del monolito, che vengano presto intrapresi scavi regolari>.

Uno studio archeoastronomico successivo, condotto prima da Giuliano Romano e poi da Mario Codebò ed Henry de Santis, ha mostrato, con alcune incertezze, che il menhir è orientato verso il Bric Piano delle Donne, ove, ogni 6798 giorni, sorge la Luna al lunistizio minimo con declinazione -29° (Codebò Mario, Prime indagini archeoastronomiche in Liguria, Memorie S.A.It., vol. 68, n. 3, pp. 735-751 http://www.archaeoastronomy.it/prime_indagini_archeoastronomiche.htm), mentre le altre direzioni non mostrano riscontri astronomici.

Il lunistizio minimo è il fenomeno che tanta parte ha avuto nella costruzione e nell’utilizzo, nel III millennio a.C., della necropoli calcolitica di Saint Martin de Corléans in Aosta.

Purtroppo oggi il menhir è inaccessibile a causa di una recinzione metallica e quindi non è più possibile ripetere quelle misure che potrebbero ridurre le incertezze riscontrate. Inoltre, i materiali trovati dal Garea risultano dispersi. Potrebbero essere compresi nell’inventario pubblicato da Graziella Conti Collezione Garea: un itinerario culturale, Rivista Ingauna e Intemelia, NS, XLV, nn. 1 – 4, 1990, pp. 67 – 81, ma senza essere esplicitamente indicati, perché il Garea non catalogava i pezzi della sua collezione. Secondo altri erano conservati, fino ad alcuni anni fa, nel magazzino di una scuola di Varazze. Identificarli sarebbe estremamente importante, perché il menhir di Cian da Mùnega è l’unico in Liguria ad avere restituito materiali archeologici e questi potrebbero permettere di datarlo.

Conservata fino a non molti anni fa nella vecchia sede comunale e riprodotta nel libro di Ausilio Priuli e Italo Pucci Incisioni rupestri e megalitismo in Liguria, Priuli & Verlucca, Ivrea, 1994, p. 63, foto n. 168), è parimenti scomparsa: <[omissis]…una testa di ariete sbozzata in un masso di arenaria sterrata sul Monte Bèigua e raffigurante, a nostro giudizio, il dio Begu, da cui deriverebbe il nome la montagna predetta…[omissis]> (M. Garea, Varazze. Note storiche, atti della Società Savonese di Storia Patria, XXIX, 1957). Si è ipotizzato che il termine *bek, di probabile origine pre–indoeuropea e significante il maschio della capra (latino: ibex; italiano: becco, stambecco), sia alla base dei toponimi tanto del M. Bèigua che del francese M. Bégo, montagne entrambe caratterizzate da una fitta presenza d’incisioni rupestri, seppure iconograficamente diverse, e da un’accertata frequentazione preistorica. Il termine sarebbe connesso con il teonimo Baigorix, dio celtico della lotta.

E’ auspicabile che tutti questi reperti vengano recuperati e che nuovi scavi archeologici vengano condotti al menhir di Cian da Mùnega, nella speranza di trovare ancora qualche lembo di stratigrafia intatta.

 

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