(Pubblicato su Ad Quintum Notizie n.2 marzo-aprile 2001)
 
 

MARIO CODEBO'
(membro I.I.S.L. e S.A.It.)
 

SULLA ROSA CAMUNA DI SELLERO: recensione bibliografica e proposta di studio.



Nel 1999 G. Brunod, W. Ferreri e G. Ragazzi hanno pubblicato il volume "La rosa di Sèllero e la svastica", ampia trattazione dei loro studi sulla rosa camuna a svastica ubicata in località Carpéne, nel comune di Sèllero (BS).
Successivamente, su Ad Quintum Notizie, n. 5 settembre 2000, Brunod ha pubblicato un aggiornamento degli studi in corso dal titolo "Rosa camuna: metodo di ricerca, problemi e prospettive di studio".
Egli aveva da tempo sollecitato recensioni bibliografiche al suo volume ed un mio intervento in materia e, nella primavera scorsa, aveva illustrato le Sue ricerche ai soci della sezione genovese dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri. Io stesso avevo avuto occasione di vedere la rosa in questione e di eseguire su di essa qualche rilevamento. Oggi, pur con grave ritardo - per altro abbastanza comune nel campo delle pubblicazioni scientifiche - colgo finalmente l'occasione di proporre in un unico lavoro la recensione richiesta ed una proposta di ricerche.
Contemporaneamente, come era stato da noi concordato, il Dott. Angiolo Del Lucchese, direttore della Soprintendenza Archeologica della Liguria, presenta la sua recensione bibliografica al volume citato.
Nelle nostre intenzioni, ciò dovrebbe avviare un dibattito "editoriale" da cui partire per uno studio sulle rose camune in genere e su quella di Carpéne di Sèllero in particolare.
In verità, sia Del Lucchese che Brunod avevano preparato il loro materiale già da tempo. Mi scuso, quindi, con entrambi per aver loro imposto un forte ritardo. D'altra parte, se mi è concessa qualche giustificazione, devo dire a mia difesa che - come ormai l'esperienza mi ha ripetutamente provato - le ricerche archeoastronomiche (come quelle archeologiche) impongono quasi sempre tempi lunghissimi, almeno se si vuole procedere con una certa accuratezza e, soprattutto, se non si ha la possibilità di esercitare a tempo pieno. Tanto per citare un esempio, lo studio del petroglifo "solare" sulla Roccia del Sole al Capitello dei Due Pini (che Brunod conosce bene per avere personalmente contribuito alle ricerche), nel comune di Paspardo, ci è costato due anni abbondanti di lavoro (Codebò M., Barale P., Castelli M., De Santis H., Fratti L., Gervasoni E. "An archaeoastronomical investigation about a Valcamonica's engraving near the Capitello dei due Pini", in: pre-atti del XVII Valcamonica Symposium 1999; atti in corso di stampa).
 

I) Il libro di G. Brunod, W. Ferreri, G.Ragazzi "La rosa di Sèllero e la svastica: cosmologia, astronomia, danze preistoriche", I Quaderni di Natura Nostra, n. 11, pp. 173, Marene (CN), 1999.

Il libro presenta indubbi aspetti positivi, accanto ad altri più negativi.
L'accurata veste tipografica, con l'uso abbondante dei colori, le numerose fotografie e gli schizzi lo rendono [come il precedente libro di Brunod "Massi incisi in Valcamonica", I Quaderni di natura Nostra n. 9, pp. 175, Marene (CN), 1997.] di immagine molto gradevole ed accattivante. Tra l'altro, il costo di sole £ 30.000 dimostra come, volendo, sia possibile stampare testi iconograficamente e tipograficamente curati con prezzi contenuti.
Altro grande pregio del volume è l'avere introdotto l'ipotesi archeoastronomica per questo petroglifo. Si noti che, se essa troverà conferma dagli studi futuri - che dovranno necessariamente essere approfonditi e particolarmente accurati - la rosa di Sèllero dovrebbe risultare non tanto un simbolo quanto un vero e proprio strumento archeoastronomico di misura: a quanto mi risulta il primo tra i petroglifi, come Brunod giustamente sottolinea. Ciò per il fatto che essa non tanto rappresenterebbe... (come il petroglifo "solare" presso il Capitello dei Due Pini), quanto definirebbe... la posizione sul profilo dell'orizzonte di fenomeni astronomici da lì visibili. L'osservazione visuale degli allineamenti tra coppie di coppelle ed eventi astronomici sull'orizzonte (pur tenendo conto delle variazioni in azimut dovute alla precessione planetaria) è metodologicamente ineccepibile se ben eseguita, perché libera dagli inevitabili "errori accidentali" della misurazione strumentale.
Particolarmente interessante appare la parte quinta del libro, dove Gaudenzio Ragazzi ipotizza che certe danze tradizionali possano essere rappresentazioni di moti ed eventi celesti. Come risulta dall'astronomia di posizione e come può facilmente verificare un osservatore fuori dalle città, gli astri mobili sembrano infatti effettuare, secondo cicli loro propri, vere e proprie "danze", conosciute dagli antichi (Diodoro Siculo "Bibliotheca", libro II), sullo sfondo della volta stellata e della linea dell'orizzonte.
Questo accostamento tra danze e moti celesti appare come una delle ipotesi di lavoro più interessanti.
La ricca bibliografia alla fine di ogni capitolo consente al lettore di approfondire ogni aspetto dei temi trattati.
Il libro, tuttavia, non è esente da difetti.
Innanzi tutto si nota una eccessiva frammentazione del discorso tra testo, note e didascalie, che affatica non poco il lettore (nel precedente volume di Brunod "Massi incisi in Valcamonica" essa era volutamente più accentuata per costringere a non trascurare alcuna parte del testo).
Brunod, poi, non sviluppa sempre coerentemente ed esaurientemente il suo pensiero. Significativo di questo limite è la mancata discussione nei dettagli della differenza d'origine tra rosa a svastica e rosa quadrilobata. L'autore si limita a rinviare ad un testo su una rivista portoghese, per di più non ancora pubblicato. Eppure l'argomento è veramente centrale nell'economia dell'ipotesi archeoastronomica da lui sostenuta ed andava opportunamente sviluppato!
Infine si nota una generale "debolezza" delle argomentazioni più specificamente archeoastronomiche. Ma ciò è forse lo scotto pagato per la separazione tra il testo dell'"archeologo" Brunod e quello dell'"astronomo" Ferreri.
Qua e là emergono anche degli errori, probabilmente dovuti ad una non ottimale programmazione e, forse, anche affrettata esecuzione dei rilievi:
a) l'asse N-S della rosa, in realtà, è orientato su un azimut di 355°-175° magnetici. La declinazione magnetica, determinata sul campo il 23/09/1999 da Brunod e me (per il metodo usato crf.: Codebò M., 1996, "Uso della bussola in archeoastronomia", in: Atti del XVI Congresso Nazionale di Storia della Fisica e dell'Astronomia, pp. 323-335), è risultata essere pari a +1,9° con e.q.m. ±0,33; l'errore di +3° si è trasferito "sistematicamente" in tutte le successive misure degli allineamenti di coppelle;
b) le vere coordinate geografiche del sito, determinate mediante la classica triangolazione topografica, sono: lat. 46°03'47"N, long. 10°20'21"E, q.m.620 s.l.m. (foglio I.G.M. n. 19, Tirano, 1:100.000), mentre quelle riportate sul libro da p. 107 a p. 125 identificano la località di Lanico (foglio I.G.M. n. 34, Breno, 1:100.000), km. 12 a sud e km.4 a ovest di Carpéne di Sèllero. Pare che quest'ultimo errore sia da imputarsi all'uso di una carta escursionistica T.C.I. in luogo di quella topografica.
Contrariamente a quanto scritto, dal punto di vista archeoastronomico non ha importanza conoscere preliminarmente "...i parametri di precisione delle misure rilevate dai camuni..." (p. 39). Correttamente Brunod afferma nel suo citato articolo successivo "...i parametri di precisione sono quelli odierni. Non possiamo sapere quali fossero quelli antichi se non procediamo a misure onde produrre medie statistiche. Da queste possiamo individuare il quanto della precisione e perfino gli errori compiuti dai camuni antichi...".
Infine nuocciono al volume la tendenza alla perentorietà delle affermazioni e, soprattutto, lo spirito polemico che aleggia quasi costantemente in questo scritto di Brunod (come anche negli altri): eppure poco importano al lettore i retroscena ed i conflitti sicuramente dolorosi di anni di ricerche, quanto le "prove" dell'esattezza o dell'erroneità di una tesi.

II) Proposta di un programma di ricerca.

Prima di proporre un programma di ricerca occorre, come premessa, individuare gli obiettivi di quest'ultima (cosa è dimostrato od acquisito e cosa, invece, è da dimostrare, evitando di confondere tra loro la tesi - da provare - con le ipotesi - da verificare - e con i dati - da enunciare-), chiarire alcuni punti e sbarazzare il campo da alcune aspettative non realistiche. Per fare ciò seguirò, come traccia, quanto esposto da Brunod nel suo citato articolo "Rosa camuna: metodo di ricerca, problemi e prospettive di studio".
Innanzitutto occorre chiarire bene che lo scopo prossimo della ricerca è verificare se... e, in caso affermativo, dimostrare che... la rosa di Sèllero è orientata astronomicamente, mentre la tesi ultima di Brunod - da dimostrare - è che le rose erano originariamente strumenti usati dai Camuni per osservazioni astronomiche.
Tra queste due estremi corrono, evidentemente, differenze notevoli: nel primo caso basterà dimostrare che quel singolo petroglifo ha un certo numero di orientamenti e calcolare quante probabilità vi sono che essi non siano casuali; nel secondo caso occorrerà dimostrare che almeno la maggior parte delle rose camune è orientata astronomicamente. Quando, poi, si estendano le misure a tutte le oltre 92 rose della Val Camonica, le cose si complicano notevolmente perché la maggior parte di esse ha diametri non superiori a cm. 10-15, troppo modesti per dare risultati esenti da gravi errori.
Eventualmente - e più per eccesso di zelo che per obiettività - per questi petroglifi di "troppo piccole dimensioni" si potrebbe procedere con misurazioni dell'azimut magnetico, dopo avere previamente determinato sul campo la declinazione e le eventuali anomalie magnetiche (Codebò, 1996, op. cit).
Le misure astronomiche vanno, invece, estese a quelle poche rose di cm.30-40 o più di diametro.
Sia tuttavia chiaro che:
a) se la rosa di Sèllero ha effettivamente alcuni orientamenti, il calcolo delle probabilità ci dirà in che grado questi sono da ritenersi intenzionali o casuali indipendentemente dall'esistenza di altre rose orientate.
b) l'estensione dell'indagine alle altre rose non serve per provare l'eventuale intenzionalità dell'orientamento della prima, ma per verificare l'estensione ad altre di questo uso. In altre parole, l'esistenza di altre rose orientate ci mostrerebbe quante probabilità vi sono che il significato di questi petroglifi fosse quello archeoastronomico.
Occorrerà poi chiarire se quest'indagine deve applicarsi alle sole rose a svastica od anche a quelle quadrilobate.
Il problema del grado di precisione utilizzato dai Camuni nelle loro eventuali osservazioni è, invece, irrilevante ai fini della verifica dell'orientamento delle rose. Semmai, una volta accertata la sussistenza di quest'ultimo, ne potrà eventualmente conseguire statisticamente il valore della "precisione camuna" come ulteriore risultato della ricerca.
Volendo tentare di determinare l'età della rosa per mezzo dei moti precessionali, si può usare il metodo del "corridoio di visibilità" descritto da Brunod, ma riducendo a due sole misure (tangenti la circonferenza delle coppelle) la determinazione dell'azimut di ogni allineamento: la media dei valori trovati definisce il centro dell'allineamento. Tuttavia diverse considerazioni (esiguità dei diametri delle coppelle, che, proiettati sull'orizzonte visibile determinano, quasi certamente, un corridoio molto stretto; sommatoria degli inevitabili errori strumentali, che probabilmente coincidono quantitativamente con l'ampiezza del "corridoio"; "grosse" dimensioni del diametro apparente del sole e della luna, pari a circa 0°32'; complessità delle operazioni di misura e necessità di eseguire, in realtà, più di una misura per ogni allineamento allo scopo di ridurre gli errori accidentali; incertezza delle misure di altezza dell'orizzonte visibile a causa della vegetazione; scarsa probabilità di ottenere l'età della rosa attraverso i moti precessionali) mi inducono a ritenere sufficienti determinazioni d'azimut senza il sistema della coppia di misure tangenti le circonferenze. In ogni caso la scelta del metodo ottimale potrà essere fatta solo sul campo.
Il programma di seguito esposto scaturisce da una serie di colloqui avuti con Brunod ed altri e da una ricognizione sul campo, oltreché dalla lettura dei due testi citati.
Il suo scopo è quello di definire una metodologia di rilievo archeoastronomico che riduca al minimo gli errori ed aumenti al massimo la precisione, nella consapevolezza che l'interpretazione dei dati ottenuti potrà comunque risultare problematica.
La sequenza delle operazioni dovrebbe essere la seguente:

1) Stabilire le coordinate esatte della roccia su cui la rosa di Sèllero è incisa. In assoluto, il risultato migliore si ottiene utilizzando rilevatori geodetici satellitali GPS-GLONASS a doppia frequenza, che consentono misurazioni sub-metriche ma che hanno costi dell'ordine di qualche decina di milioni. In alternativa può essere largamente sufficiente la classica triangolazione topografica da punti rilevabili sulla carta I.G.M. o C.T.R., meglio se integrata dalla determinazione con GPS monofrequenza (che ha costi di qualche centinaio di migliaia di lire e che consente precisioni nominali dichiarate dell'ordine di 15 metri).

2) Determinare  con teodolite o con squadro sferico graduato l'azimut astronomico di ogni allineamento di coppelle individualmente ed indipendentemente da una base comune. Ciò riduce al minimo gli errori e li trasforma da sistematici in accidentali.
In realtà la determinazione dell'azimut di ogni allineamento richiede più di una misura.
Se si utilizza il teodolite, occorre ripetere ogni misura una seconda volta dopo avere ruotato il cannocchiale di 180° sull'asse zenitale (letture coniugate) per eliminare gli errori di collimazione e d'inclinazione (regola di Bessel). Per ridurre ad accidentale anche quello di verticalità occorre anche calare le viti calanti e rimettere in bolla lo strumento.
Sia per avere una media delle misure sia perché ogni allineamento potrebbe sottendere un fenomeno astronomico ad ogni sua estremità opposta, è bene ripetere le letture coniugate nella direzione reciproca. Ne consegue che ogni determinazione d'azimut richiede almeno 4 misure. Se poi si vuole ottenere la misura finale media m con un errore quadratico medio e.q.m. prestabilito, il numero delle misure da effettuare (reiterazioni) aumenta ulteriormente secondo la formula n=Sl/Sm, dove S indica la sommatoria elevata al quadrato ed l la precisione di lettura dello strumento. Se gli allineamenti da misurare sono, per es. sei, allora le misure da effettuare in totale sono, al minimo, ventiquattro; applicando il metodo del "corridoio di visibilità" salgono a quarantotto e diventano molte di più se si vuole applicare la formula suddetta. Con il cerchio zenitale dello strumento si misura l'altezza dell'orizzonte visibile sotteso da ogni allineamento nelle due direzioni opposte, si calcola l'altezza vera e, infine, si calcola la declinazione sottesa da quell'azimut con quell'altezza di orizzonte (crf. Codebò, 1997, "Problemi generali del rilevamento archeoastronomico", in: Atti del I Seminario di Archeoastronomia A.L.S.S.A.).
Usando lo squadro sferico graduato. poiché non occorre applicare la regola di Bessel, le misure minime si riducono alla metà; le altezze di orizzonte si possono misurare con un inclinometro.
L'intera sequenza delle operazioni richiede parecchi giorni di permanenza sul posto, anche in previsione di condizioni meteorologiche non quotidianamente ottimali.

3) Calcolare sulla carta l'altezza dell'orizzonte visibile, nell'impossibilità di tagliare gli alberi che ne occultano la visuale.

4) Verificare con il calcolo quante probabilità vi sono che gli orientamenti eventualmente riscontrati non siano casuali.

Per reciproco confronto e controllo, è bene determinare gli azimut anche con il GPS, come descritto da A. Gaspani nel suo articolo "L'uso del GPS in archeo-astronomia", pubblicato su Ad Quintum Notizie, 5, 09/2000, pp. 3-7.
Solo dopo avere completato ed esaurito lo studio della rosa di Sèllero, che è la più grande, ha senso passare a rilevare le altre, purché abbiano dimensioni sufficienti. Se anche queste risultassero orientate, si potrà cominciare ad ipotizzare che lo scopo originario di questi petroglifi fosse quello di "indicatori" di fenomeni astrali ortivi ed occasi sull'orizzonte visibile. Le rose di piccole dimensioni potrebbero, in tale ipotesi, essere dei segni che hanno perso la primordiale funzione indicatrice e si sono trasformati in "simboli" di essa, anche lontani dal... ed ormai estranei al... significato originario.
Codebò, Barale, Castelli, De Santis, Fratti e Gervasoni hanno sviluppato questa tesi per il petroglifo della Roccia del Sole al Capitello dei due Pini nella versione in lingua spagnola - di prossima pubblicazione nel Boletin de Arte Rupestre de Aragona B.A.R.A. - del loro lavoro presentato al Valcamonica Symposium 1999.
 

III) Conclusioni

Sulla rosa di Sèllero e sulle sue ipotetiche funzioni archeoastronomiche è stato ormai scritto parecchio, ma ciò nonostante ancora non sappiamo quanti e quali allineamenti essa racchiuda. Mancano ancora le verifiche delle ipotesi formulate e le prove delle tesi sostenute.
E' ormai necessario che i dati delle misurazioni vengano:
a) se completi, organicamente pubblicati e discussi (anche in caso di esito negativo);
b) se incompleti, completati con opportune ulteriori campagne.
Queste ultime - sia che si usi il GPS, sia che si usi il teodolite e/o lo squadro sferico graduato - vanno organizzate ed effettuate con metodo e rigore, passo dopo passo.
Altrimenti la rosa, lungi dal rivelarci un suo possibile significato, si trasformerà in un'ennesima fonte di discredito per l'archeoastronomia.

Mario Codebò.

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